Le baby gang in Italia sono realmente un’emergenza? Come affrontare il fenomeno della violenza giovanile senza ricorrere unicamente a repressione e paternalismo?

Baby gang: al di là dell’allarmismo, è davvero emergenza?

Il fenomeno delle baby gang in Italia, nonostante i casi recenti del raduno spontaneo sul lago di Garda finito in maxi rissa e delle molestie in treno, non ha le caratteristiche dell’emergenza. Tutti i dati raccolti, anzi, raccontano di un fenomeno in calo. Secondo la cooperativa sociale Arimo, nel 2020 gli ingressi di minori in istituti penali sono stati 713 su circa 30.000 denunce.

Per gli altri, sono scattate misure alternative alla detenzione e nella maggior parte dei casi i processi sono stati archiviati per irrilevanza o non gravità dei fatti. Istat sottolinea come il dato dei minori noti alla giustizia sia sceso dal 2017, data dell’ultima rilevazione, rispetto al 2011. Nel 2011 i processi a carico di minori sono stati 37.288 di cui quasi la metà (17.437) archiviati, nel 2017 36.000 con il medesimo numero di archiviazioni.

Per quanto riguarda i reati commessi dalle baby gang, dominano quelli contro il patrimonio (45%), furti (22,1%), rapine (9,2%), danni (5,2%) e ricettazioni (4,8%). I reati che riguardano gli stupefacenti sono l’11%, mentre le lesioni personali pesano per il 10,9%.

Un fenomeno in evoluzione

È ancora presto per parlare di “inversione di tendenza”, anche perché mancano i dati relativi al periodo pandemico e post-pandemico ma di sicuro non si può parlare di una reale emergenza. La percezione della gravità del fenomeno, come spesso accade, è data più dal modo in cui vengono veicolate le notizie dalla stampa che dai fatti in sé. Una molestia sessuale che degenera in un tentativo di violenza di gruppo, com’è accaduto lo scorso Capodanno in piazza Duomo a Milano, è naturalmente gravissima. Parlarne con titoli allarmanti senza interrogarsi sul fenomeno, però, non aiuta a capire.

Eppure, quello delle baby gang è un fenomeno in evoluzione: negli ultimi anni, il baricentro geografico delle violenze è cambiato, spostandosi dal Sud al Nord. La collaborazione tra l’Università La Sapienza di Roma e il Dipartimento di Giustizia minorile ha prodotto la ricerca “I gruppi di adolescenti devianti”. Nel testo si sottolinea come, nonostante i numeri in calo, la percezione dell’emergenza sia cresciuta. La baby gang, sottolineano gli analisti, non sono più un fenomeno figlio di sacche sociali di emarginazione e disagio, ma provengono spesso dalla società borghese e da zone dell’Italia avanzate, come il centro Nord.

I crimini delle baby gang non sono gravi per i numeri in sé, quanto per il cambiamento che ha interessato il fenomeno negli anni. A commettere reati non sono più solo ragazzi che provengono da situazioni sociali critiche, ma soprattutto adolescenti benestanti e annoiati. Un cambiamento allarmante che merita di essere compreso e trattato con serietà ma senza paternalismo o metodi puramente repressivi.

Prevenire, non reprimere

Don Gino Rigoldi, cappellano del carcere minorile Beccaria, nei suoi 82 anni ha visto decine di “casi irrecuperabili” trasformarsi in adulti rispettosi della legge e integrati nella società. La responsabilità della violenza, a monte, ricade sulla società degli adulti, incapace di prevenire e intervenire. È fondamentale che gli adulti riescano a intercettare il disagio giovanile prima che si espliciti nella violenza, perché nessun adolescente nasce criminale. Criminali si diventa, in un’escalation di atti che sono sempre riconducibili a un sentimento di inadeguatezza.

La logica del gruppo, che rende più sicuro il singolo e pone la comunità nella posizione di agire per il bene comune, se nasce da premesse di disagio e sofferenza si trasforma in “logica del branco“. Il compito degli adulti è disinnescare queste dinamiche, ponendo l’accento in primis sull’educazione. La scuola, vessata da abbandono scolastico e investimenti scarsi, va riportata al centro. Rigoldi propone la creazione di un “manifesto dell’educazione“, per insegnare anche agli adulti a rapportarsi con i ragazzi, troppo spesso vessati ingiustamente ed emarginati. Buona parte dei reclusi al Beccaria, sottolinea, sono nati all’estero o di seconda generazione: il nostro Paese non riconosce ancora pienamente i loro diritti.

La chiave per riportare la logica del gruppo sotto la giusta luce è dialogare con i ragazzi, non reprimerli. Demonizzare i loro interessi, come ad esempio la musica rap, spesso additata come fattore di rischio o causa scatenante della violenza, serve solo ad allontanare i giovani. Ogni ragazzo va aiutato a reintegrarsi in società trovando la chiave giusta per lui, attraverso il dialogo e l’impegno, incanalando le energie in qualcosa di positivo. Servono molte più risorse, soprattutto umane: lo Stato è chiamato a intervenire con riforme strutturali e un netto cambio di mentalità.

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Giulia Zennaro

Giulia Zennaro

sono una giornalista freelance di cultura e società, scrivo come ghostwriter, insegno in una scuola parentale e tengo laboratori di giornalismo per bambini. Scrivo per Hall of Series e theWise Magazine e collaboro con BuoneNotizie.it, grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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