Secondo il Viminale, tra agosto 2021 e luglio 2022 sono stati ben 125 i casi di femminicidi in Italia, quasi uno ogni tre giorni. Il 25 novembre, nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ricordare questi numeri risulta più che mai importante soprattutto al fine di promuovere un modo corretto e consapevole di trattare questo fenomeno. Non reiterare quegli stereotipi di genere che a sua volta alimentano l’humus culturale in cui gli stessi femminicidi avvengono è una responsabilità primaria di chi fa informazione.

È importante dunque concettualizzare i femminicidi come la conseguenza estrema di un continuum misogino e sessista che parte dalle molestie di strada e passa per la violenza economica, psicologica, sessuale ed infine fisica. Ciò significa, quindi, riconoscere che il femminicidio è la conseguenza di una struttura sociale patriarcale che vede nelle differenze sessuali una certa naturalità.  È questa naturalizzazione dei ruoli di genere che porta, poi, a percepire le donne come inferiori, fragili, da controllare e relegare alla sfera privata.

Femminicidi, cosa si può fare? 

Innanzitutto bisogna evitare di trattare i femminicidi come “delitti passionali” ed iniziare, invece, a collocarli all’interno di una cornice culturale. La cosiddetta “romanticizzazione” tende infatti a spiegare il delitto come avvenuto per troppa gelosia o amore. Ciò insinua il sospetto che il comportamento poco consono della vittima possa aver spinto l’omicida al gesto estremo. Questa narrazione oltre ad essere pericolosa è anche falsa perché, come ci spiega molto bene Carlotta Vagnoli nel suo libro “Poverine”: “il movente è la cultura patriarcale che ci ha insegnato a possedere le donne come oggetti.” È sempre lei quindi a suggerirci quanto sia fondamentale eliminare completamente “le parole del lessico sentimentale” nel racconto giornalistico.

Sempre perché si tende a sensazionalizzare, le notizie sono piene di interviste a vicini di casa o parenti che ci ricordano la bontà del femminicida. Queste inutili testimonianze andrebbero rimpiazzate dalle voci di chi la violenza di genere la tratta tutti i giorni come i Centri Antiviolenza della zona in cui il femminicidio è avvenuto ma anche attiviste ed esperte nel settore. Inoltre, iniziare a usare lo spazio a disposizione per dare informazioni importanti come il numero anti-violenza (15 22) è una pratica molto costruttiva.

In senso, più ampio bisogna cercare quindi di evitare il racconto sensazionalista. Per trattare il femminicidio partendo da un approccio strutturale, bisogna iniziare a parlare di quanto e come le donne denunciano e di quali sono le politiche di welfare da mettere in campo. Si deve parlare di programmi culturali che aiutino la cittadinanza a smontare gli stereotipi di genere e di parità salariale. Spesso, infatti, le donne vittime di femminicidi avevano una situazione economica sfavorevole.

Con quali strumenti?

Uno dei riferimenti principali è sicuramente la Carta di Venezia che contiene molte informazioni importanti per un giornalismo che rispetti la parità di genere. Uno dei punti che meglio ci orientano in tema di narrazione dei femminicidi è il punto 8 che ci esorta a “mettere in risalto le storie positive di donne che hanno avuto il coraggio di sottrarsi alla violenza e dare la parola anche a chi opera a loro sostegno

Inoltre c’è G.I.U.L.I.A., GIornaliste Unite LIbere Autonome, che organizza corsi di genere e di formazione ma anche dibattiti per sensibilizzare su questo tema. Molto utile è il loro manuale “STOP violenza – le parole per dirlo”. Qui si concentrano una serie di consigli su come una linea editoriale possa essere d’ausilio per l’eliminazione della violenza contro le donne. Infine, è importante ricordare che bisogna impegnarsi affinché l’Ordine dei Giornalisti si adoperi nel monitorare questo fenomeno. Spingere sia gli addetti ai lavori che i lettori a segnalare all’AGICOM gli articoli sessisti e misogini è inoltre un ottimo punto di partenza.

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Camilla Valerio

Camilla Valerio

Camilla Valerio. Mi piace scrivere di diritti, attualità e questioni di genere. Collaboro con il Corriere del Mezzogiorno e scrivo per BuoneNotizie.it grazie al progetto formativo realizzato dall'Associazione Italiana Giornalismo Costruttivo.

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