La Cop26 firma l’accordo per la riduzione delle centrali a carbone, ma l’Italia lo aveva già deciso nel 2019.

La conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, Cop26, si è conclusa con il primo accordo in cui è indicato esplicitamente di ridurre l’utilizzo del carbone entro il 2025. L’Italia, tra i Paesi che hanno firmato l’accordo, in realtà aveva già deciso nel 2019 di smettere di usare centrali a carbone.

Il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (PNIEC) del 2019 parlava infatti del 2025 come termine entro cui dismettere le centrali a carbone o riconvertirle in centrali a gas naturale. Il PNIEC è definito come “lo strumento fondamentale per cambiare la politica energetica e ambientale del nostro Paese verso la decarbonizzazione”. Il carbone è il più inquinante dei combustibili fossili, causa grandi emissioni di anidride carbonica e di sostanze nocive per la salute.

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L’accordo per la “riduzione graduale” del carbone è in parte un successo

Nei negoziati della Cop26 si sono scontrate le ragioni dei Paesi industrializzati e maggiormente inquinanti con quelle dei Paesi a basso reddito e che subiscono maggiormente i cambiamenti climatici. Gli Usa non riescono a emanciparsi dal carbone per soddisfare il loro fabbisogno energetico, sebbene negli ultimi anni molte centrali siano state dismesse. La Cina, invece, ha promesso lo stop sugli impianti all’estero, ma non su quelli interni.

Durante l’assemblea conclusiva della Cop26, l’India ha ottenuto di sostituire l’espressione “eliminazione graduale” (phase-out) del carbone con “riduzione graduale” (phase-down). L’utilizzo del carbone per produrre energia sarà quindi solo ridotto.

L’accordo è comunque importante perché è la prima volta che il riferimento alla riduzione dell’uso del carbone è esplicitato in un patto globale.

centrali a carbone

Le centrali a carbone in dismissione in Italia e in Europa

Dieci anni fa in Italia erano presenti 15 centrali a carbone che coprivano fino al 13% del fabbisogno nazionale di elettricità. Oggi, grazie alla loro chiusura o alla riconversione, l’energia prodotta dal carbone è stata dimezzata, arrivando a coprire circa il 6% di elettricità (durante i mesi del lockdown era scesa al 3%). L’Italia, quindi, sulla riconversione energetica sta facendo molto meglio di altri Paesi europei. Ad esempio, in Polonia la percentuale di energia prodotta da questi impianti copre il 70%, in Germania il 24%.

In Italia sono 7 le centrali ancora funzionanti. Cinque sono gestite dall’Enel: la centrale di La Spezia in Liguria, la centrale di Fusina in Veneto, la centrale di Civitavecchia nel Lazio, la centrale di Brindisi in Puglia e quella di Portoscuso in Sardegna. La centrale di Monfalcone, in Friuli Venezia Giulia, appartiene invece ad A2A, il gruppo che si occupa di energia elettrica. La centrale di Fiume Santo, in Sardegna, è invece di Ep Produzione.

Il Regno Unito, nel 2015, è stato il primo Paese europeo a impegnarsi per l’eliminazione graduale del carbone nel settore elettrico e ora produce solo il 2% di energia. Il Belgio nel 2016 chiudeva la sua ultima centrale. Molti Paesi europei si sono nel frattempo impegnati a eliminare le centrali a carbone, anche grazie alle misure previste dal pacchetto climatico “Fit for 55.  Questa mappa mostra la transizione energetica dei Paesi europei.

centrali a carbone

Fonte: Europe beyond coal

Il cammino verso la riconversione energetica in Italia

Il Piano nazionale per l’energia e il clima ha stabilito che alcuni impianti saranno riconvertiti a gas fino a quando non ci saranno impianti alimentati con fonti rinnovabili a sufficienza. Nel Piano nazionale integrato per l’energia e il clima si legge che “ai fini della transizione energetica, la nuova capacità di generazione alimentata a gas contribuirà nei prossimi anni alla copertura del fabbisogno e al mantenimento dei livelli di adeguatezza del sistema”.

Enel ha chiesto la conversione a gas per le centrali di La Spezia, Fusina, Civitavecchia e Brindisi. La centrale sarda di Portoscuso diventerà invece, secondo i progetti, un sito di produzione e accumulo di energia prodotta con fonti rinnovabili entro il 2030. 

La Ep Produzione non ha ancora fatto richieste di dismissione o di conversione per la centrale a carbone di Fiume Santo in Sardegna. Invece per la centrale a carbone del Friuli Venezia Giulia, il progetto di riconversione di A2A ha avuto l’ok sull’impatto ambientale del Ministero della transizione ecologica.

Le centrali a carbone: criticità e soluzioni

Il mondo politico e gli ambientalisti hanno mosso alcune critiche alla conversione delle centrali a carbone in impianti a gas naturale. Innanzitutto per i posti di lavoro che andranno persi perché le centrali a gas hanno bisogno di meno manodopera e richiedono operai specializzati. Nel tentativo di aiutare i Paesi a arrivare alla “carbon neutrality”, l’Ue ha predisposto dei programmi di finanziamento. Tra questi, il progetto pilota di formazione a Petroșani, in Romania. Il centro ha l’obiettivo di riqualificare professionalmente duecento minatori come tecnici di turbine eoliche. 

L’altro tema è che con la loro trasformazione in centrali a gas si continuerebbe a produrre inquinamento, sebbene in misura minore. Gli impianti, secondo alcuni, devono essere semplicemente dismessi. Ma le centrali a carbone in alcune zone d’Italia sono considerate essenziali per evitare blackout alla rete elettrica. Questo perché in alcuni territori non ci sono impianti che producono energia da fonti rinnovabili. Inoltre, queste sono per loro natura intermittenti, cioè disponibili in alcuni momenti. Sarà quindi necessario costruire più sistemi di accumulo per immagazzinare l’energia in eccesso prodotta dalle fonti rinnovabili e migliorarne la tecnologia.

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Aurora Amendolagine

Aurora Amendolagine, laureata in Scienze politiche e Relazioni internazionali con un Master in Comunicazione istituzionale. Lavoro in Rai da diversi anni. Giornalista pubblicista e tutor del laboratorio di giornalismo per diventare pubblicista

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