Andrea Bianchi è un botanico tropicale che lavora nell’ambito del progetto Udzungwa corridor limited, finanziato da un fondo nord-americano e che prevede le riforestazione di una zona centromeridionale dei monti dell’Arco orientale, in Tanzania. Ha iniziato a occuparsi del progetto nel 2021 e da allora seleziona le specie di piante da reinserire nel territorio. A Buone Notizie ha raccontato perché il progetto può avere un impatto non solo sull’ambiente, ma anche a livello sociale ed economico per le comunità locali.

La deforestazione in Tanzania affonda le radici nel colonialismo

Secondo il report sulla deforestazione nel 2022 stilato dall’Università del Maryland, l’Africa ha perso circa 3,6 milioni di ettari di copertura arborea, tra cui circa 800mila ettari di foreste tropicali primarie, cioè quelle che non sono state finora coinvolte da attività agricole o industriali.

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Andrea racconta che “le cause della deforestazione sono molteplici. Ad oggi, la causa principale è l’aumento della popolazione, che ha reso necessario ampliare la superficie di terreni coltivabili. Il taglio del legname permette inoltre agli abitanti di produrre carbone, fondamentale in Tanzania per produrre energia. Ma il processo di deforestazione è iniziato già quando il Paese era colonia tedesca e inglese, legato al commercio di legnami tropicali”.

In tal senso, il progetto di riforestazione è stato pensato per avere una durata di trent’anni. In questo lasso di tempo l’obiettivo principale è proprio quello di lavorare con le comunità locali, affinché attraverso la riforestazione gli abitanti del luogo possano accedere ad un lavoro a lungo termine e uscire dalla condizione di povertà in cui si trovano. Riforestazione, educazione a una vita in sintonia con la foresta e miglioramento delle qualità di vita delle popolazioni locali vanno quindi a braccetto.

La riforestazione ha un impatto su ambiente, società ed economia

Comunità locali tanzaniane al lavoro in uno dei vivai – Foto di Andrea Bianchi

Riforestare richiede tempo, ma i primi risultati sono già visibili

Il progetto è operativo nella zona tra il Parco nazionale dei monti Udzungwa e la Riserva forestale di Udzungwa Scarp. È un’area di 75 chilometri quadrati, che una volta riforestata permetterà di rimuovere 5,5 milioni di tonnellate di CO2 dall’atmosfera e restaurare l’ecosistema animale e vegetale in uno dei più importanti hotspot di biodiversità del mondo, che ospita quindi almeno 1.500 specie di piante endemiche.

Andrea si occupa della scelta delle specie, un passaggio cruciale, se si considera che la Tanzania ha una flora estremamente ricca, con più di diecimila di piante e circa 1500 specie di alberi. Per un confronto, un simile numero di specie è tra il doppio e il triplo della flora italiana, già estremamente ricca.

Andrea spiega che la selezione è un’operazione molto delicata, perché vanno individuate le specie corrette sia per l’altitudine che per la piovosità, in particolar modo per le specie ad areale ristretto. Questo significa che alcune piante possono stare soltanto in porzioni di territorio molto piccole, a volte singole vallate o addirittura solo su una montagna”.

Inoltre, dopo avere selezionato le singole piante, è necessario scegliere attentamente il mix di specie che si va a piantumare. Una volta selezionate, la parte più importante e difficile è quella della raccolta dei semi. Nonostante le varie difficoltà che la riforestazione richiede e la visione a lungo termine del progetto, Andrea sostiene che i risultati si iniziano già a intravvedere. “Le prime piantine che abbiamo messo a dimora un anno e mezzo fa sono già più alte di me. In quello che era un ambiente desolato, adesso sono già presenti piante alte due metri e mezzo, e alcune di queste crescono di due metri all’anno. Fra dieci nelle zone più favorevoli sarà cresciuto un bosco vero e proprio”.

Il monitoraggio migliora il lavoro e rende replicabile l’operazione

Il monitoraggio della crescita delle piante è cruciale, perché permette di osservare e selezionare le specie più idonee alla riforestazione. A partire dall’osservazione dei dati raccolti, Andrea e il resto del team modificano la percentuale di specie che piantano l’anno successivo.

Inoltre, una volta validati, i dati sulla riforestazione possono essere inseriti nella piattaforma AirImpact, pensata per mettere in connessione tra loro imprenditori, ONG e altri enti che vogliono iniziare un progetto simile. La piattaforma, sviluppata nel 2018 all’interno di un altro progetto in cui opera Andrea, aiuterà nella scelta delle specie e può essere uno strumento di confronto per monitoraggi futuri.

La riforestazione ha un impatto su ambiente, società ed economia

Il botanico locale Aloyce Mwakisoma dopo una giornata di raccolta – Foto di Andrea Bianchi

Gli effetti positivi della riforestazione sulle comunità e l’ambiente

Il progetto di riforestazione prevede anche una parte di sensibilizzazione delle comunità sull’importanza della foresta, della biodiversità e sul ritorno delle specie animali nella zona. Il contratto stipulato con le comunità locali concede loro di tagliare il 3% degli alberi all’anno, alla fine dei trent’anni di progetto.

“Questa percentuale, che può sembrare molto bassa, corrisponde a circa 30 alberi per ettaro. Questa sarà sufficiente a dare agli abitanti un introito fino a migliaia di euro per ettaro. Il tutto in una gestione sostenibile della foresta, che passerà dalla scelta oculata delle piante da tagliare, evitando il disboscamento a tappeto”, spiega Andrea. Dell’educazione a una gestione circolare della foresta si occupa una ragazza tanzaniana, che promuove anche la parità di genere e l’accesso al lavoro a tutti.

Inoltre, il progetto avrà esiti positivi dal punto di vista di conservazione della biodiversità molto alti. La zona riforestata fungerà da corridoio ecologico tra le due aree protette del Parco nazionale dei monti Udzungwa e la Riserva forestale di Udzungwa Scarp. Mettendo in comunicazione le due aree animali come elefanti, leopardi e bufali che si sono estinti localmente in una delle due foreste potranno ritornarci.

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Giovanni Beber

Giovanni Beber. Studio Filosofia e Linguaggi della Modernità presso l'Università di Trento e sono il responsabile della comunicazione di un centro giovanile a Rovereto. Collaboro con alcuni blog e riviste. Mi occupo di sostenibilità, ambientale e sociale e di economia e sviluppo.

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