Le interviste di Buonenotizie.it. Dall’Afghanistan all’Europa: la lunga marcia di Ali attraverso la “Rotta Balcanica”.

Da agosto 2021 ad oggi, la situazione in Afghanistan, si mantiene in un pericoloso baratro fra crisi umanitaria e disastro politico; molti giovani stanno scappando verso l’Europa, in condizioni estreme.

Dal 2001 ad oggi il l’Afghanistan ha vissuto un periodo di grande instabilità. Governi eletti e rieletti, truppe americane giunte con le promesse di riportare la pace in un Paese dove le discrepanze sociali sono enormi e contrasti fra guerriglieri che vedono nel Paese un potenziale califfato.

Presentiamo l’intervista ad Ali M. (il cognome è stato omesso per garantire la sua sicurezza). Ali è un trentenne afghano che abbiamo incontrato a Trieste: ha raggiunto l’Italia percorrendo la pericolosissima “Rotta Balcanica”; salvato e aiutato dall’associazione “Linea d’ombra”, racconta la sua storia.

La Rotta che dall’Afghanistan conduce all’Europa

Fra l’Afghanistan e Trieste vi sono più di 6000 chilometri. Ogni anno centinaia di profughi, percorrono steppe, fiumi impetuosi e altipiani, per raggiungere l’Europa. Il percorso si chiama ‘Rotta Balcanica’: è un arduo e, spesso, mortale cammino che in molti, troppi, tentano di superare.

“Sono nato in Afghanistan vicino ad Herat – racconta Ali, seduti sul una panchina davanti al Golfo di Trieste– Mio padre era farmacista e ho vissuto in una buona condizione economica. Da bambino sognavo di studiare in Europa: ho sempre seguito le partite di calcio sperando di diventare un calciatore. Un giorno i bombardamenti hanno distrutto tutto quello che avevamo in Afghanistan e ucciso mio padre. Ho altre tre sorelle e mia madre: senza lo stipendio del capofamiglia, ho deciso di diventare l’uomo di casa e partire per l’Europa.

Ho abbracciato mia madre sapendo che non l’avrei più rivista e sono partito per quella che chiamano la “Rotta Balcanica”. Non sapevo neanche dove fossero i Balcani! Sapevo che però erano la porta che, dall’Afghanistan, mi avrebbe portato in l’Europa”. Sono partito da solo, ma lungo il cammino ho incontrato altri 6 giovani che, come me, erano diretti in Europa o verso la fine del Mondo. Ci siamo alleati e abbiamo affrontato il percorso insieme: da altri racconti sapevamo che c’erano sono dei punti estremamente pericolosi e che bisognava viaggiare prevalentemente di notte.

In due mesi, con il sogno di arrivare in Europa, abbiamo attraversato le alte montagne dell’Afghanistan, rischiando di essere arrestati; poi l’Iran e la Turchia, nascondendoci durante il giorno e camminando solo di notte. Mangiavano quello che trovavamo e a volte compravamo del cibo con i soldi che avevamo con noi, con la nostalgia per l’Afghanistan. Quando siamo arrivati in Bosnia, dopo mille peripezie, era chiaro che stava per iniziare la parte più dura”.

I piedi che dall’Afghanistan toccano l’Europa

Siamo rimasti in 4, ma incontravamo sempre più persone lungo questo cammino – dice Ali – cercavamo nei rifiuti giacche o maglie usate, sapendo che l’arrivo in Europa sarebbe coinciso con l’inizio dell’inverno e del freddo. Abbiamo cercato rifugio in alcune case di fortuna, evitando i campi profughi: il rischio era essere rispediti in Afghanistan e non vedere mai l’Europa.

Abbiamo superato anche questa: con la prima neve che iniziava a cadere, tanto dolore ai piedi e tanti chili in meno. Finalmente abbiamo attraversato la Croazia, ormai sicuri di aver raggiunto l’Europa, ma del nostro gruppo eravamo solo 2, perché gli altri ragazzi erano stati catturati e probabilmente rispediti in Afghanistan.

Ormai come automi abbiamo raggiunto Trieste e lì, i volontari dell’associazione Linea d’ombra, hanno curato i nostri piedi. Io non mi toglievo le scarpe da più di un mese e le piaghe sembravano segni lasciati dalla lebbra. L’Afghanistan era sempre con me e le cicatrici che mi sono rimaste sono come un tatuaggio che mi ricorda il mio Paese. Ho dormito per tre giorni e poi mi sono finalmente reso conto di esserci riuscito: ero arrivato in Europa, in Italia e da qui avrei portato fare qualcosa per chi era rimasto in Afghanistan.

Dopo un po’ di smarrimento sono stato aiutato e ho trovato un lavoro. Oggi cerco di dare una mano ai volontari per salvare coloro che arrivano in Europa dall’est e dall’Afghanistan. Spesso chi parte arriva dal Nepal, dalla Siria, dal Libano, e sogna di vivere semplicemente come una persona libera in Europa”.

L’Afghanistan di oggi

“La situazione che si è creata in Afghanistan da agosto 2021 è stata devastante – conclude Ali – le cause son state quattro:

1) la lentezza degli americani nel mantener fede alla promessa fatta a Doha nel 2020;
2) il nulla di fatto nel far uscire le truppe USA entro l’11 settembre 2021;
3) il presidente afghano Ghani, troppo moderato per poter creare un dialogo e i negoziati con americani e talebani;
4) l’arrivo di Al-Qaeda ad opera del Pakistan.

Questa combinazione di elementi ha istigato i talebani ad agire con violenza. Tutto ciò porterà l’Afghanistan ad essere sempre più povero e incline a guerre interne. La conseguenza sarà una migrazione sempre maggiore verso l’Europa.

Oltre a ciò in tantissimi scapperanno percorrendo la “Rotta Balcanica” e rischiando la vita. Io so che è pericoloso e nel ripensarci mi chiedo come abbia fatto a sopravvivere: quando non hai più nulla, l’unica cosa da fare è rischiare per cercare di vivere in una condizione migliore.

Ora sono due anni che vivo in Italia e sto cercando di portare la mia famiglia dall’Afghanistan in Europa; anche se è difficile, la comunicazione con l’Afghanistan è sempre interrotta e la sicurezza negli spostamenti bassa. Confido però nelle associazioni e spero di poter essere d’aiuto alle mie sorelle e a tanti afghani che, come me, vogliono solo vivere liberi”.

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Erika Mattio

Erika Mattio

Erika Mattio, archeologa, antropologa, viaggiatrice e sportiva, dottoranda in Antropologia fra Madrid e Venezia. Ho studiato a Istanbul e Mashhad per poi intraprendere spedizioni in Medio Oriente e in Africa. Scrivo per BuoneNotizie.it e sono diventata pubblicista grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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