La guerra in Ucraina scoppiata a febbraio 2022 ha destabilizzato lo status quo politico a livello globale. Tutti gli Stati stanno riempiendo gli arsenali. Nell’ultimo anno le spese militari nel mondo sono cresciute del 3,7% raggiungendo il record massimo di spesa di 2.240 miliardi di dollari. Stati Uniti, Cina e Russia rappresentano il 56% del totale della spesa militare mondiale. Le industrie belliche con la corsa al riarmo sono premiate in Borsa, superando le principali aziende quotate del settore sanitario-farmaceutico.

Gli Stati applicano la logica del detto latino “Se vuoi la pace, prepara la guerra”. I governi ordinano alle aziende di produrre nuove armi stanziando commesse per la difesa, mentre le multinazionali aumentano fatturati e utili con bilanci record. Da più di un mese vari movimenti pacifisti, provenienti da differenti contesti politici, laici e cattolici, stanno raccogliendo 500mila firme per l’indizione di referendum abrogativi contro la guerra.

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Le industrie belliche e il riarmo degli Stati

Il 40 per cento della spesa militare mondiale avviene negli USA, che detengono il primato con le principali multinazionali: la Lockheed Martin Corporation che produce i cacciabombardieri F-35, la Raytheon Technologies, la Boing e la Northrop Grumman Corporation. Nella corsa a produrre nuove armi segue la Cina con il 13% della spesa globale, un terzo rispetto alla spesa americana, con le aziende cinesi Norinco, Avic, Casc e Acaetc.

Nella top ten figura anche l’inglese Bae Systems. La Russia ha aumentato gli stanziamenti del 9,2% ed è terza potenza nella spesa militare globale, con l’equivalente del 4,1% del PIL. L‘Ucraina ha fatto lievitare la propria spesa del 640%. Anche il Giappone, a seguito delle minacce della Cina di invasione di Taiwan, ha aumentato la difesa del 5,9%.

Nell’Unione Europea la spesa militare è aumentata del 13% in un solo annoAlcune delle crescite più marcate sono state osservate in Finlandia (+36%), Lituania (+27%), Svezia (+12%) e Polonia (+11%).

L’ Italia, di cui non si hanno ufficialmente stime precise, con le società Leonardo e Fincantieri, si colloca al dodicesimo posto della classifica dei maggiori produttori di armi, dando lavoro a circa 100mila persone. Va aggiunto che nel nostro Paese si producono armi anche per imprese straniere, come per i sei stabilimenti della tedesca Rheinmetall, dove lavorano duemila dipendenti. Nell’ultimo documento della Difesa si parla di oltre mezzo miliardo stanziato per l’ammodernamento dei cannoni Dardo con un raggio di 5 chilometri e carri armati M113 inviati in Ucraina.

Gli investimenti nella ricerca di nuove armi

Il boom dell’industria bellica ha portato a costruire nuove armi, munizioni e bombe sempre più sofisticate, come l’ultima versione del carro armato Leopard II del costo di 30 milioni della Rheinmetall, il colosso della difesa tedesca quotato nella Borsa di Francoforte. Altra invenzione sono le mitragliatrici Mg3, veicoli militari semoventi.

In tutti i Paesi del mondo, ricchi o poveri, dall’India all’Arabia Saudita, dalla Nigeria all’Etiopia i governi spendono soldi per acquisti, ammodernamenti, manutenzione e sviluppo nel settore militare. I primi dieci acquirenti di armi al mondo sono: USA, Cina, Russia, India, Arabia Saudita, Regno Unito, Germania, Francia, Corea del Sud e Giappone. Preoccupante è la notizia che, per un programma internazionale di ricerca che vede coinvolti l’Aeronautica italiana, Regno Unito, Svezia e Giappone  siano stati già stanziati 3,8 miliardi per il cacciabombardiere invisibile Tempest di sesta generazione.

Lo stop al riarmo: da Papa Francesco ai pacifisti contro le industrie belliche

I portavoce delle campagne per la pace e per il disarmo chiedono una riduzione del 20% dei nostri investimenti in questo settore. Gli attivisti chiedono di limitare la spesa a quanto è strettamente difensivo, in linea con l’articolo 11 della Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. I pacifisti denunciano la mancata adozione da parte dei governi di incisive misure diplomatiche.

Anche il Vaticano chiede di fermare la guerra. Papa Francesco, due anni prima del conflitto in Ucraina, ammoniva i popoli a fermare la produzione e il commercio delle armi. A marzo 2022 il Pontefice ha dichiarato “una pazzia” che alcuni Stati abbiano dichiarato di spendere il 2% del PIL nell’acquisto di armi. A giugno dello stesso anno ha dichiarato “immorale” il mero possesso di armi nucleari di cui oggi al mondo esistono 12.700 testate.

Gli attivisti denunciano gli effetti collaterali delle guerre sull’ambiente, la sanità e i poveri. Nei primi 8 mesi della guerra in Ucraina, si sono prodotti 100 milioni di tonnellate di CO2, quanto le emissioni in un anno in Olanda.

In Italia, i pacifisti stanno raccogliendo le firme per indire due referendum abrogativi. Il primo, indetto dal comitato “Generazioni Future“, mira all’abrogazione del decreto che consente l’invio di armi in Ucraina per tutto il 2023. Il secondo, indetto dal comitato “Referendum Ripudia la Guerra“, ha come oggetto lo stop di invio di armi ai Paesi coinvolti in conflitti senza prima l’approvazione di una legge formale del Parlamento.

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Lucia Massi

Avvocata, assistente universitaria in U.S.A., interprete del tribunale di Roma e promotrice di cultura italiana presso la F.A.O. Le lauree conseguite in Italia e all’estero, incluso un Ph.D. presso la Columbia University di New York, attengono alle discipline giuridiche e letterarie. Laureata in giornalismo, collabora con BuoneNotizie.it.

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